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Usi e costumi ai tempi della raccolta

Questo è il mese “ra ricoita” , la raccolta del grano. Si aspettava un anno intero, a conclusione dell’anno agrario.
Vivendo di agricoltura, si arava, si seminava, ma il frutto? Poiché Ragusa è sempre stata una città religiosa, il frutto era nelle mani del nostro Signore. Il detto dell’agricoltore era: “Metti semenza ca Diu ci penza”.
Il popolo ragusano, in prevalenza agricolo, aveva una forte tendenza alla coltura della terra ed alla cura del bestiame.


Un tempo esistevano i “Feudatari”, ricchi proprietari terrieri, che davano in affitto o a mezzadria le loro proprietà.
Vi erano poi i “massari”, proprietari di terre che, per conto proprio, lavoravano degli appezzamenti senza dover dare conto ai padroni. Il loro orgoglio, però, era quello di produrre i migliori animali. Curavano molto ed era principio di vanto portare nelle mostre del bestiame il toro per la monta. Il bovino più in carne e più possente finiva per meritarsi un bottone in metallo nell’orecchio. Il proprietario, orgoglioso, veniva identificato come “U massaru co buttuni”, pertanto meritevole di appartenere alla società “rei Massari privilegiati”.
Il Massaro che, invece, aveva in affitto o in mezzadria il terreno, non poteva permettersi tanti lussi. Queste masserie erano dotate di pochi animali e non troppo selezionati. Questi lavoratori non potevano aderire alla società re massari ricchi, proprio perché mancava loro il vitello da monta “co buttuni”.
La società era ben diversa da oggi. I padroni di un tempo non erano tanto sensibili con gli affittuari, specie quando si trattava di pagamenti per il fine anno agrario. Se la semina fosse andata male o vi fosse stata una moria di animali e pertanto il povero agricoltore non si trovava in condizione di pagare, nulla li commuoveva. Le minacce di sfratto erano continue, si trattava cioè di dover lasciare immediatamente la “cabella”. Per gli agricoltori di un tempo, gente buona e orgogliosa, era il peggior misfatto che ricadeva anche sulla famiglia. Che mai avvenisse di sentire o mai succedesse che: “U patroni u biavu fora picchì nu spaiava”. A quel punto, infatti, diventava impossibile per quel povero massaro potere trovare altro terreno in affitto. Si racconta persino che alcuni di loro, per evitare il disonore, si suicidavano buttandosi nelle cisterne piene di acqua.
Quando succedevano scontri fra padroni e affittuari, quest’ultimi trovavano il loro modo incruento di vendicarsi. In che modo? Mettendo ai propri animali dei nomi che rispondevano al Casato: Barunissa, Marchisa, Principessa, Duchessa.
Il maiale più grasso veniva chiamato “U Cavalieri”.
Il contadino, comunque sia, confida sempre in Dio, sotto forma di preghiera o con canti profumati di cielo. Erano i tempi dell’aratura, della semina, della mietitura e della trebbiatura. Ecco alcune formule che la sera recitavano insieme alla ciurma: “Quannu u signori voli, ar ogni tiempu ciovi” “U malu tiempu e u beddu tiempu, nun dura tuttu u tiempu” ;”L’Acqua ri marzu e aprili vali quantu na navi ccu tutti li vili”; “L’acqua r’austu fa l’uogghiu, meli e mustu”
In conclusione voglio ringraziare l’amico Vincenzo Scribano per le informazioni che mi ha fornito per la realizzazione di questi miei “frammenti”.

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