| 05 Agosto 2010
Un filo lega l’ingegnere Zipelli e lo scrittore Stefano D’Arrigo
Oltre un anno fa, il 13 giugno, moriva Cesare Zipelli. Dalle carte dell’ingegnere continuano a venire fuori sorprese notevolissime. Gli eredi hanno impiegato mesi solo a leggere i titoli sui dorsi delle carpette, centinaia, dentro le quali l’accademico aveva archiviato di tutto: lettere, foto, documenti, recensioni, saggi, tesi di laurea.
Una delle “scoperte” più interessanti, a mio modo di vedere, riguarda un libro. Grazie alla cortesia degli eredi Zipelli mi è stato possibile venirne a conoscenza e poter riferire ai miei quattro lettori qualcosa che non può non emozionare. Il libro è “Horcynus Orca”, l’assoluto capolavoro di Stefano D’Arrigo, lo scrittore messinese che fu compagno di scuola e amico sin dall’infanzia di Cesare Zipelli. Una amicizia durata una vita, almeno fino al 1992, quando moriva D’Arrigo, nella sua casa di Roma. Horcynus Orca è considerata dalla critica letteraria una delle maggiori opere scritte in lingua italiana, in assoluto, ed è il frutto di oltre venti anni di scrittura, riscrittura, rielaborazione, limatura, sistemazione da parte di D’Arrigo, che si mise al lavoro nei primi anni ’50 sulla base di una idea legata alle genti della sua terra, quello Scilli e Cariddi che nel romanzo farà da sfondo alla vicenda umana, singola (del protagonista, il marinaio Andrea “Ndrja” Cambria) e collettiva (degli italiani nello sfacelo del 1943).
All’editore, Arnoldo Mondadori, il libro fu definitivamente consegnato alla fine del 1974 per essere pubblicato nel gennaio 1975. Una storia che è difficile leggere (1.237 pagine nella prima edizione) e comprendere, causa anche un particolarissimo linguaggio che altro non è se un raffinato intreccio di linguaggi gergali, dei marinai, dei pescatori con un italiano aulico, elegante e letterario nella migliore accezione del termine.
Quando la Mondadori pubblica il libro (ma nel frattempo il grande editore era scomparso, non avendo la soddisfazione di vedere in libreria quel capolavoro per il quale aveva per anni sollecitato, e pagato, il genio messinese), Stefano D’Arrigo pensa bene, ovviamente, di regalare al suo migliore amico una delle primissime copie. Del resto, Cesare detto Rino Zipelli, aveva contribuito non poco alla realizzazione dell’immane romanzo. Il manager adottato dalla città di Ragusa, dove dirigeva la celeberrima A.B.C.D., aveva fornito all’amico D’Arrigo molte informazioni sulla vita e le abitudini di pescatori e marinai, e poi aveva ospitato D’Arrigo nella sua villa di Caucana per molte e molte estati. In quella stupenda casa sul mare di contrada Anticaglie, D’Arrigo arrivava con la moglie Jutta a giugno e andava via a settembre, passando intere giornate con il comandante Amore, un anziano marinaio mazzariddaro che, tornato a casa in pensione dopo decenni su tutti i mari del globo, portava in barca Zipelli e D’Arrigo, con quest’ultimo che prendeva appunti sui nomi dei pesci, degli arnesi da pesca, dei venti, delle correnti, dei tipi di mare e dei modi di pesca. La sera, in un capanno appositamente attrezzato nel giardino di villa Zipelli, D’Arrigo scriveva, e scriveva.
Quindi, nel gennaio del 1975, D’Arrigo regala a Zipelli la prima copia di Horcynus Orca, e ovviamente la arricchisce di una dedica che riportiamo a margine.
La dedica è di fatto una poesia dedicata a Doris e Rino Zipelli, scritta con una biro blu e la incerta grafia del grande scrittore. E recita così:
a Doris e a Rino,
che so io, sappiamo
benissimo noi,
come e quanto
e con quali prove
ripetute, amorose siano
più di tutti, in tutto
all’origine di quello/questo
che assieme, tuttuno,
gli dedicano come
il loro medesimo cuore,
i loro
Jutta e Stefano
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Quello dell'Altopiano

