| 05 Luglio 2010
I Casalesi, in combutta con i Santapaola - Ercolano, avevano il pieno controllo della logistica del mercato ipparino
Le fragole raccolte a Vittoria venivano trasportate a Fondi, in provincia di Latina. Nella città laziale, sede di un grandissimo mercato ortofrutticolo, i deliziosi frutti rossi venivano imballati e rispediti indietro a Vittoria, da dove erano partiti. Una follia? No, una realtà. E' quanto emerso da una recente indagine della Dia di Napoli che ha sgominato quello che il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, ha definito un "federalismo mafioso".
In soldoni, un cartello criminale (composto da Cosa Nostra, camorra e 'ndrangheta) gestiva tutta la commercializzazione, il trasporto e l'imballaggio dell'ortofrutta meridionale verso il nord e i paesi europei.
A balzare nuovamente agli onori della cronaca è, ancora una volta, il mercato ortofrutticolo vittoriese che, insieme a quello di Fondi, era il “trampolino di lancio” dei prodotti con prezzi evidentemente gonfiati dalle imposizioni mafiose. Il mercato ibleo era già stato “sfruculiato” da alcune inchieste giornalistiche, ma anche da quelle della direzione distrettuale antimafia catanese.
Per cercare di capire quello che avviene a Vittoria occorre conoscere il contesto generale in cui è avvenuta la recente operazione antimafia del 10 maggio scorso, la quale ha prodotto, a livello nazionale, ben 68 ordinanze di custodia cautelare e sequestri di beni per 90 milioni di euro tra aziende, immobili e conti bancari.
L'operazione, coordinata dalla Dia napoletana, ha sgominato un cartello di clan che vedeva come protagonisti i Casalesi e i Santapaola - Ercolano, i quali imponevano ai commercianti agricoli le ditte di trasporti da utilizzare per spedire i prodotti in tutta Italia. Le conseguenze di questo sistema hanno portato a un rincaro sproporzionato dei prezzi per il consumatore, oltre che un danno ambientale non indifferente (considerando la grande massa di tir utilizzati).
I Casalesi, in combutta con i Santapaola - Ercolano, avevano il pieno controllo della logistica del mercato di Vittoria: non potevano infatti entrare in concorrenza con altre ditte per il semplice fatto che i commercianti erano obbligati a servirsi dalle aziende "amiche" della mafia e scelte dai clan. Nell'ambito di questa operazione sono scattate le manette per tre partenopei in "trasferta" a Vittoria per lavoro, tutti accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso. Ironia della sorte i tre sono stati arrestati mentre erano intenti a lasciare la città ipparina a bordo dei tir utilizzati per il trasporto degli ortaggi.
In città, però, nessuno si stupisce né si indigna più di tanto. L'incendio di diversi box, avvenuto circa due anni fa, aveva fatto riaccendere i riflettori sul mercato ortofrutticolo. Riflettori ben presto spenti, forse perchè nessuno ha la forza di tenerli accesi. Appare strano come ben pochi, subito bollati come disfattisti e malpensanti, abbiano chiesto chiarezza su ciò che realmente avviene nel complesso emisfero dell'agricoltura vittoriese.
E' ormai palese che ai commercianti viene somministrata una nuova forma di pizzo: l'imposizione delle ditte di trasporto e addirittura di quelle che fabbricano le cassette di legno per l'imballaggio.
Sarebbe impensabile andare in supermercato ipparino e acquistare dei pomodori di Vittoria confezionati a Fondi. Sarebbe impensabile ma qui succede, con un ricarico sul prezzo finale di oltre il 200%, considerando che il trasporto incide per 1/3 sul costo finale.
E così il sistema mafioso ci porta in tavola i suoi affari.
Se una pianta è malata alle radici di solito il contadino la estirpa, perchè ormai irrecuperabile. La società siciliana appare proprio come una “mala pianta”, giusto per citare Nicola Gratteri, corrosa dal malaffare già dalle radici, incapaci di generare frutti sani e rigogliosi.
La “mala pianta” si alimenta dell'omertà, o più semplicemente dell'approccio svagato che abbiamo per certe questioni. Basti prendere il caso del trasporto gommato, finito nell'occhio del ciclone nell'affare agromafie.
Una delle più grandi ditte isolane è la Sud Trasporti della famiglia Ercolano. La ditta conta un parco vetture di centinaia di tir e il proprietario, Angelo Ercolano, è stato eletto presidente regionale della Fai (Federazione Autotrasportatori).
Fin qui nulla di male, ma se andiamo a scoprire chi è Angelo Ercolano viene qualche dubbio sulla legittimità del ruolo che riveste. Egli è, sebbene incensurato, discendente della famiglia più spietata di Catania e dintorni: la famiglia Santapaola. Giuseppe Ercolano, lo zio, è il reggente della cosca e il cugino Aldo si trova attualmente in carcere per l'omicidio del giornalista Giuseppe Fava.
Gli Ercolano hanno sempre avuto il pallino dei trasporti: possedevano già l’Avimec, una ditta di logistica poi confiscata dalla mafia che avrebbe trasportato, ben nascosto dentro i tir, anche Nitto Santapaola durante la latitanza.
La malapianta consente, dunque, che al vertice di una federazione nevralgica per lo sviluppo isolano, ci siano persone direttamente ricollegabili alle cosche.
Infatti Giuseppe e Vincenzo Ercolano nell'ambito della recente operazione della Dia napoletana sono stati raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare.
Vittoria è quindi il primo anello di congiunzione dell’ortomafia: è il punto di partenza per un mercato che si estende sino al nord Europa, trattandosi di un sistema che si nutre di intimidazioni, di imposizioni, di capolarato e di racket. Ma anche di silenzi.
Già dagli anni '60 Vittoria si era segnalata per l'alto tasso di mafiosi in soggiorno obbligatorio. Mafiosi che capirono la potenziale esplosione dell'agricoltura, avvenuta poi grazie alle serre e alla chimica, e che riuscirono a sfruttare con la violenza e la minaccia. Dopo i gelesi anche i catanesi dei Santapaola e i campani con i Casalesi hanno attinto alla fonte ipparina.
Adesso i riflettori si stanno lentamente spegnendo. Le elezioni, i giochi di potere, le alleanze politiche, le polemiche amministrative hanno il sopravvento sulla legalità, sul racket, sul caporalato.
Eppure non dovremmo riuscire a perdere la sana capacità di indignarci, altrimenti vuol dire che saremo arrivati alla frutta. Anzi, all'ortofrutta.
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